Olio alla Curcuma

Fai da solo l’olio di curcuma

E’ semplicissimo e molto utile.

Non sai a cosa serve? Bene, puoi documentarti qui: [http://www.autoimmunity.it/curcuma/].

Realizzare un olio alla curcuma è un modo comodo per avere sempre a disposizione questa spezia, anche nei momenti in cui non si ha tempo di cucinare pietanze più elaborate.

Si può infatti utilizzare per condire anche una semplice insalata o delle verdure cotte a vapore.

Per prepararlo servono 500 ml di olio extravergine di oliva, 3 cucchiai di curcuma in polvere.

Versate l’olio in un barattolo di vetro con coperchio ermetico e mescolate la curcuma.

Chiudete e lasciate macerare per una settimana, semplicemente agitando il barattolo una volta al giorno.

All’ottavo giorno travasate il tutto in una bottiglia scura senza muovere la curcuma depositata sul fondo.

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Patologie autoimmuni e lieviti

Correlazione tra patologie autoimmuni e lieviti

 

Artrite reumatoide, malattie infiammatorie intestinali (Crohn e Colite ulcerativa), tiroidite di Hashimoto, artrite psoriasica, diabete giovanile e malattie demielinizzanti (come la sclerosi multipla), ogni giorno che passa sembrano condividere sempre più dei meccanismi infiammatori comuni che coinvolgono anche la reazione alimentare ai lieviti e alle sostanze fermentate.

La reazione infiammatoria da cibo favorisce la comparsa di malattie autoimmuni come l’Artrite reumatoide o le malattie infiammatorie intestinali (Crohn e Colite ulcerativa).

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati su riviste scientifiche di rilievo numerosi articoli e ricerche che stanno evidenziando la presenza della reazione ai lieviti come elemento favorente, se non addirittura causale, di molte malattie autoimmuni.

La reazione ai lieviti e alle sostanze fermentate sta diventando sempre più frequente nei pazienti affetti da patologie autoimmuni, seguito a ruota dalla reazione a glutine/frumento e poi al nichel e ai prodotti correlati.

Senza ombra di dubbio le “banali” reazioni al latte e ai derivati, non sono più le preminenti, e hanno ceduto il passo alle reazioni (intolleranze) emergenti legate a nuove abitudini alimentari e a modalità produttive diverse da un tempo.

Serve però ricordare che nelle malattie autoimmuni l’azione patologica è provocata alla fine da citochine infiammatorie come il BAFF, stimolate anche dall’assunzione di alcuni alimenti, come per il Lupus e per le alterazioni della tiroide.

 

Il Grano monococco

piccolo farro

Il grano monococco: il cereale con il glutine digeribile

Il grano monococco, ossia il Triticum monocccum, anche noto come piccolo farro, pur essendo un cereale che contiene glutine, cioè la sostanza proteica che in soggetti geneticamente predisposti scatena allergie e intolleranze, potrebbe essere un alimento adatto a prevenire la celiachia.

Sembra una contraddizione, si tratta invece della conclusione a cui è giunto un team di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche coordinati da Gianfranco Mamone dell’Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa-Cnr) di Avellino e da Carmen Gianfrani dell’Istituto di biochimica delle proteine (Ibp-Cnr) di Napoli con un articolo pubblicato sulla rivista Molecular Nutrition and Food Research.

 

Una varietà antichissima

“Il monococco, le cui origini risalgono a diecimila anni fa, è un frumento con un genoma più semplice rispetto agli altri cereali e ha costituito la base della dieta delle popolazioni agricole per migliaia di anni, sostituito poi in gran parte dal grano tenero e duro, più produttivi e di facile trebbiatura”, spiega Mamone. “Con il nostro studio abbiamo scoperto che varietà antiche di questo cereale contengono un glutine più fragile e dunque più digeribile e meno tossico rispetto al grano tenero (Triticum aestivum).

La riproduzione in vitro del processo di digestione gastrointestinale, seguita dall’analisi proteomica e dalla valutazione della tossicità immunologica su biopsie intestinali e cellule linfocitarie prelevate da soggetti celiaci, ha dimostrato che la parte proteica del glutine, dannosa per i celiaci, è in gran parte distrutta durante il processo di digestione del grano monococco, contrariamente a quanto succede per il glutine del grano tenero”.

Prevenire la celiachia

Una notizia positiva dunque, solo però in termini di prevenzione.

“Seppur notevolmente meno dannoso, il monococco non è comunque idoneo per pazienti che hanno già manifestato la celiachia”, puntualizza Gianfrani. “Invece, potrebbe avere effetti benefici sullo sviluppo della malattia in soggetti ad alto rischio di celiachia.

Infatti, dal momento che esiste una stretta correlazione tra la quantità di glutine assunta e la soglia per scatenare la reazione infiammatoria avversa, un’azione preventiva potrebbe essere quella di utilizzare grani con minor contenuto di glutine.

Pertanto un grano come il monococco che contiene un glutine più digeribile, e dunque meno nocivo, potrebbe essere un valido strumento per la prevenzione di questa patologia”.

A beneficiare di un dieta a base di piccolo farro sarebbero, secondo i ricercatori, anche i soggetti con sensibilità al glutine.

“Oggi sappiamo che gli alimenti a base di grano monococco sono ben tollerati anche da chi soffre di questo disturbo alimentare, che ha caratteristiche diverse dalla celiachia.

Quindi, il prossimo passo della ricerca sarà eseguire gli esperimenti direttamente sui soggetti intolleranti per avere la conferma della minore tossicità del monococco e riportare sulla nostra tavola un grano antico”, concludono i ricercatori.

[fonte: cnrweb.tv]

 

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campi elettromagnetici

IL WIFI E’ DANNOSO PER LA NOSTRA SALUTE?

 

ELETTROSMOG – PERICOLO INVISIBILE

 

Il termine ELETTROSMOG indica l’inquinamento da campi elettromagnetici (cem).

Il campo è il risultato della corrente e della tensione elettrica ed è diviso in una parte elettrica ed una parte magnetica.

Nei cellulari, radar, ripetitori televisivi, ecc. il campo oscilla ad alta frequenza, la parte del campo più significativa è quella elettrica, si può schermare con il metallo e si misura in volt/metro (abbreviato V/m).

Negli elettrodotti e negli elettrodomestici invece la parte più significativa è quella magnetica che non si può schermare (attraversa i muri ed il metallo), il campo oscilla a bassa frequenza, 50/60 herz (abbreviato Hz) e di misura in microTesla (abbreviato µT) con uno strumento differente da quello per i V/m.

Ma quali sono gli effetti dei campi elettromagnetici sul nostro corpo?

Effetti a breve termine:
Gli studi hanno dimostrato che esposizioni ad elevate intensità di campo elettromagnetico possono generare nell’uomo un effetto termico, cioè il riscaldamento del corpo, o di sue parti esposte alle radiazioni, che segue all’assorbimento dell’energia elettromagnetica.

Gli effetti riscontrati sono molteplici e confermano il pericolo per la salute.

Un esempio sono le esposizioni a cui sono soggetti gli utenti dei telefoni cellulari che irradiano campi di valore molto elevato durante la conversazione.

Effetti a lungo termine:

Gli effetti biologici sono legati anche alle lunghe esposizioni a campi di bassissima intensità.

Le esposizioni prolungate, che in Italia sono convenzionalmente determinate in almeno 4 ore, favoriscono un effetto non termico.

Questo effetto è dovuto probabilmente all’interazione tra i messaggi elettrochimici dell’organismo e le onde elettromagnetiche.

Anche a bassissima intensità i campi elettromagnetici si comporterebbero come delle piccole sollecitazioni che, se ripetute nel tempo, provocano dei danni biologici.

 

Per effetto termico si intende il riscaldamento del corpo o di sue parti esposte alle radiazioni.

La gravità di questo tipo di effetto, va ricercata nel fatto che questo riscaldamento avviene internamente al corpo e non viene percepito dagli organi sensoriali: per l’organismo non è così possibile attivare meccanismi di compensazione.

Gli organi con scarsa circolazione sanguigna (che favorisce la dispersione del calore prodotto) e bassa conducibilità termica (fattore negativo ai fini di una efficace dispersione del calore) sono i più colpiti (testicoli, cornea, ecc.).

Che le radiazioni elettromagnetiche influenzino i nostri ritmi fisiologici lo dimostra la ghiandola pineale, situata nella parte posteriore del cervello.

Questa minuscola ghiandola a forma di pigna (da cui il nome) secerne melatonina, un ormone che regola, oltre l’umore, il sistema endocrino e riproduttivo.

La produzione di melatonina è massima durante la notte e scende al minimo durante il giorno, poiché la luce inibisce il funzionamento della ghiandola.

La melatonina, secondo gli studi fatti, sembra essere in grado di proteggere l’organismo da alcune forme di tumore.

La sua riduzione in soggetti esposti in modo prolungato spiegherebbe, oltre la promozione di tumori, i vari disturbi riproduttivi e neurologici segnalati da alcune ricerche epidemiologiche.
Negli ultimi anni l’attenzione dei biologi di base si è andata via via spostando dalle mutazioni genetiche ad altri possibili meccanismi responsabili della crescita tumorale.

Il prof. Ross Adey, biofisico, che fa ricerca sui campi elettromagnetici sin dalla fine degli anni ’50 ed ha avuto la possibilità di studiare gli effetti di radar e microonde sui militari, afferma: “Gli studi di laboratorio hanno identificato nelle membrane cellulari la parte dei tessuti che, con tutta probabilità, per prima subisce le interazioni con i campi elettromagnetici a bassa frequenza e i campi modulati a radiofrequenza/micronde.

Studi epidemiologici hanno attirato l’attenzione verso i Campi elettromagnetici e i campi modulati a radiofrequenza come possibili fattori di rischio per leucemie, linfomi, tumori al seno, melanomi epiteliali, tumori al cervello”.
Nel mondo anglosassone si stanno adottando misure cautelative per i bambini, a fronte di una evidenza scientifica riferita a rischi per la salute derivati da esposizione continuata e inconsapevole a microonde, anche a bassa intensità.

Misure cautelative e restrittive, con specifico riferimento alle strutture scolastiche o comunque destinate a bambini e ragazzi, sono attuate in Nuova Zelanda, in Svezia, in Canada, in Australia e negli Stati Uniti.

Conferme sugli effetti tumorali dei campi magnetici provengono dall’autorevole Karolinska Institut di Stoccolma (centro di riferimento dell’OMS e del premio Nobel) e da altre istituzioni scandinave: i risultati dei loro studi epidemiologici indicano un aumento del rischio per esposizioni prolungate a campi magnetici con intensità superiori a 0,2 microTesla.

In Italia, ricercatori come il dott. Franco Merlo (Istituto Nazionale per la ricerca sul cancro), il Prof. Giuseppe Masera (coordinatore di numerose ricerche internazionali sui tumori infantili) e il Prof. Cesare Maltoni (Fondazione europea di oncologia e scienze ambientali, presidente onorario della Società italiana tumori e segretario generale del Collegium Ramazzini) hanno evidenziato da anni il nesso tra l’esposizione a campi elettromagnetici (CEM) a bassa frequenza (a cui nessuno di noi sfugge) e l’insorgenza di leucemie in popolazioni di età pediatrica (0-14 anni): bambini a lungo esposti a valori di CEM 50-60 Hz superiori a 0,2 microTesla – come quelli prodotti dagli elettrodotti ad alta tensione – hanno una probabilità doppia di sviluppare una leucemia rispetto a bambini esposti a livelli inferiori.

I dati scientifici disponibili, giustificano seri sospetti sulla possibilità che i CEM determinino danni biologici, favorendo la carcinogenesi.

I motivi di preoccupazione sono tanto più fondati se riferiti ad un organismo in fase di crescita.

Per tali motivi è doveroso cercare di limitare il più possibile l’esposizione dei bambini e in ogni caso, va chiarito che le conoscenze oncologiche indicano che non esistono livelli di salvaguardia assoluta, cioè dosi, anche se basse, tali da essere ritenute assolutamente innocue.

Effetti termici o a breve termine

per densità di potenza elettromagnetica irradiata maggiore di 10 milliwatt/cm2:
* variazioni della permeabilità cellulare
* variazione del metabolismo
* variazioni delle funzioni ghiandolari, del sistema immunitario, del sistema nervoso centrale e del comportamento.
per densità di potenza elettromagnetica irradiata maggiore di 50 milliwatt/cm2:
* possibili lesioni cerebrali
* influenza sulla crescita cellulare
* malformazioni fetali
* ustioni interne
* cataratta
* morte per infarto.

Effetti non termici o cronici per intensità inferiore a quella che determina gli effetti termici

* variazione del numero dei linfociti e granulociti (esperimenti su cellule)
* variazioni del livello di anticorpi e delle attività dei macrofagi (esperimenti su animali)
* tachicardia
* dolore agli occhi
* vertigini
* depressione
* limitazione della capacità di apprendimento
* perdita di memoria
* caduta di capelli
nei paesi dell’Est europeo studi hanno evidenziato anche:
* sterilità
* aumento aborti
* abbassamento della fertilità

ANTENNE, RIPETITORI, RADAR

Nel 1996 è stato pubblicato il più grande studio epidemiologico, condotto dal dott. Stanislaw Szmigielski, finanziato dalla Comunità Europea, uno studio polacco sugli effetti delle radiofrequenze, i risultati sono chiari: aumenta il rischio per tutte le patologie indagate.

Nell’ottobre 1998 gli scienziati riuniti a Vienna per un congresso scientifico sugli effetti delle campi elettromagnetici a radiofrequenza concordano che gli effetti biologici delle esposizioni a bassa intensità sono scientificamente dimostrati.

Aggiungono che si possono ancora trarre conclusioni attendibili sui livelli di esposizione innocui e sottolineano che è importante informare la popolazione sui siti, sui dati tecnici e sulle esposizioni, ed anche sullo stato della ricerca scientifica.

Sui telefoni cellulari, gli scienziati dicono che dovrebbe essere fornita una sufficiente informazione sugli studi sanitari onde promuovere un più corretto uso del telefonino.

Nel giugno 2000 al congresso scientifico di Roccaraso, gli scienziati confermano le posizioni di Vienna e riconoscono che esiste una evidenza che l’esposizione ai campi elettromagnetici ad alta frequenza anche di bassa intensità (quelli delle antenne per la telefonia cellulare) può avere effetti negativi sulla salute: l’aumento dei casi di tumore, per esempio, l’aumento dei casi di disturbi cardiaci, riproduttivi, e neurologici.

Questi effetti sono confermati dalle ricerche svolte negli ultimi 40 anni sulle cellule, sugli animali e sulle persone.

Gli scienziati chiedono con urgenza che nella pianificazione della rete delle antenne per la telefonia mobile si raggiunga un valore di esposizione di 0,2 volt/metro ed non si superi i 0,6 volt/metro.

I consumatori devono essere informati sui livelli di esposizione quando usano un cellulare, anche con l’auricolare.

Sempre nel giugno 2000, ma al congresso scientifico internazionale di Salisburgo, gli scienziati dicono che la costruzione di una antenna deve essere soggetta ad una procedura di autorizzazione con il coinvolgimento attivo della popolazione interessata e la valutazione delle fonti di inquinamento già esistenti.

La stima sugli effetti biologici delle esposizioni a livelli bassi è difficile.

Le raccomandazioni sui limiti precisi di esposizione sono solo indicative. Per la tutela della salute si raccomanda un valore limite provvisorio di esposizione di 0,6 volt/metro per la somma a campi modulati in alta frequenza e pulsanti a bassa frequenza come le antenne per la telefonia cellulare.

La rassegna di studi più completa è stata raccolta dal dott. Neil Cherry che nelle conclusioni consiglia di non superare 0,2 volt/metro.

Nel aprile 2001 l’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana ha studiato una gran parte dei lavori scientifici sui campi elettromagnetici ed ha concluso che il principio di cautela comporta che il livello di esposizione sia il più basso possibile compatibilmente con la tecnologia del settore.

Nel settembre 2002 gli scienziati riuniti a Catania confermano l’esistenza di effetti provocati dai campi elettromagnetici alcuni dei quali nocivi per la salute e consigliano di tutelare la salute pubblica dai campi elettromagnetici.

 

Le centrifughe antinfiammatorie

centrifughe

Le infiammazioni sono diventate un argomento chiave nel campo della salute.

Le infiammazioni croniche avvengono silenziosamente all’interno del corpo e possono rimanere senza diagnosi per anni.

Il corpo perde lentamente la capacità di bloccare la risposta antinfiammatoria e inizia a danneggiare i propri tessuti sani.

E’ noto che le infiammazioni croniche sono all’origine di un discreto numero di malattie croniche, incluse le malattie cardiache, l’artrite, l’Alzheimer, malattie autoimmuni come il lupus e, infine, il cancro.

Vengono innescate da diversi fattori, compreso i cibi che contengono latticini, zucchero, carboidrati raffinati, glutine o grassi saturi.

ANTINFIAMMATORI NATURALI

Esiste in natura un’ampia gamma di frutti e verdure, erbe e radici, che hanno un grande potere antinfiammatorio.

Questi alimenti sono ricchi di nutrienti come flavonoidi, carotenoidi, vitamine C e D, potenti antiossidanti che regolano le reazioni antinfiammatorie del corpo, contribuendo alla prevenzione delle malattie.

Una centrifuga antinfiammatoria al giorno, diventa il miglior sistema per combattere l’infiammazione.

In cima alla lista degli alimenti antinfiammatori c’è lo zenzero che contiene un composto estremamente potente chiamato gingerolo.

Le ricerche hanno provato che un consumo regolare di zenzero riduce il dolore e migliora la mobilità nelle persone che soffrono di osteartriti o artriti reumatoidi.

Lo zenzero si può aggiungere a pressochè qualsiasi centrifuga, per un gusto speziato e una protezione potente dalle infiammazioni croniche.

Anche i mirtilli sono potenti antidoti alle infiammazioni croniche delle artriti .

Ed ecco la lista di frutti e verdure con più alto potere antinfiammatorio:

Sedano: riduce l’infiammazione dei vasi sanguigni e del tratto digestivo,
Melone di Cantalupo: riduce l’infiammazione del corpo in generale,
Limone: protegge contro le artriti reumatoidi,
Ananas: riduce l’infiammazione del corpo in generale,
Cavolo: riduce il rischio di infiammazioni croniche,
Cetriolo: inibisce l’attività degli enzimi pro-infiammatori,
Spinaci: riducono l’eccesso di infiammazione, particolarmente del tratto digestivo,
Barbabietole: inibisce l’attività degli enzimi pro-infiammatori e regola le infiammazioni del sistema cardiovascolare.